I fatti riportati
Dichiarazione, commemorazione e pubblicazione hanno date distinte. Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha diffuso la sua posizione mercoledì 14 ottobre 2026; la commemorazione è prevista per venerdì 16 ottobre; questo articolo viene pubblicato alle 06:03 del 15 ottobre, ora di Roma. Il fatto storico ricordato è il rastrellamento nazista del 16 ottobre 1943.
Nella dichiarazione pubblicata integralmente da Shalom, testata della Comunità ebraica di Roma, Fadlun ha chiesto all’ANPI di non partecipare alle commemorazioni della Comunità. Ha sostenuto che il 16 ottobre non debba diventare occasione di nuove lacerazioni e ha invitato l’associazione a riflettere sulle proprie responsabilità e a fare un passo indietro. Rai TGR Lazio, ANSA e altre testate hanno riscontrato la richiesta nella serata del 14 ottobre.
Fadlun ha motivato la presa di posizione con tre contestazioni rivolte all’ANPI: avere osteggiato la presenza delle bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 aprile; non avere difeso senza ambiguità il diritto di ricordare il contributo della Brigata Ebraica alla Liberazione; avere mostrato, a suo giudizio, compiacenza verso episodi di violenza nelle piazze pro-Palestina. Sono accuse politiche formulate da Fadlun, non fatti automaticamente accertati per il solo fatto di essere stati dichiarati.
Il riferimento immediato è il corteo nazionale del 25 aprile 2026 a Milano. Rai TGR Lombardia documentò oltre un’ora e mezza di stallo, contestazioni contro lo spezzone della Brigata Ebraica e il suo allontanamento scortato dalle forze dell’ordine. Nello stesso giorno il presidente nazionale dell’ANPI Gianfranco Pagliarulo disse ad ANSA che la bandiera ucraina poteva stare nel corteo mentre quella israeliana no; sostenne inoltre che le bandiere di Israele fossero estranee alla manifestazione. La Comunità ebraica milanese contestò la ricostruzione dell’ANPI sugli accordi organizzativi.
Il 28 luglio ANPI e Unione delle Comunità Ebraiche Italiane avevano firmato un comunicato congiunto dopo le tensioni del 25 aprile. Il testo ufficiale riconosce il ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta al nazifascismo, riafferma il diritto della componente ebraica a partecipare in sicurezza alle celebrazioni e impegna le parti ad abbassare i toni, affrontare direttamente le divergenze e collaborare in vista delle successive scadenze memoriali.
La richiesta del 14 ottobre non è un provvedimento pubblico di divieto né un atto di ordine pubblico: è la posizione del presidente della Comunità ebraica sulle proprie commemorazioni. Rai TGR Lazio riferisce che nella cerimonia del 16 ottobre a Roma è prevista la deposizione di una corona nell’ex Ghetto. Alla pubblicazione non risulta ancora una risposta ufficiale dell’ANPI alla richiesta di non partecipare.
Il significato storico della data è documentato da Roma Capitale. Il 16 ottobre 1943 i nazisti arrestarono oltre 1.200 ebrei in diversi quartieri della città; 1.022 furono deportati ad Auschwitz-Birkenau e soltanto sedici tornarono vivi. Shalom precisa, nella dichiarazione di Fadlun, che tra i sopravvissuti non vi fu alcun bambino.
Le pagine che riportano la dichiarazione usano fotografie protette o immagini di repertorio delle persone e delle commemorazioni, senza una licenza di riuso verificabile per questo sito. Non è stata trovata una fotografia contemporanea che documenti il rilascio della dichiarazione e sia liberamente riutilizzabile. La copertina è quindi una ricostruzione IA dichiarata e simbolica: non rappresenta Roma, la cerimonia o persone reali.
Cosa serve sapere
La polemica contiene piani diversi che non vanno confusi. Il Governo israeliano e le sue operazioni militari possono essere criticati; la Brigata Ebraica fu invece un’unità dell’esercito britannico composta in larga parte da volontari ebrei della Palestina mandataria che combatté contro il nazifascismo. Usare il conflitto contemporaneo per cancellarne il ruolo storico sarebbe una sovrapposizione impropria.
Anche bandiera della Brigata Ebraica e bandiera dello Stato di Israele non sono identiche per origine e significato, pur condividendo elementi grafici. Nei cortei del 25 aprile 2026 la presenza di insegne israeliane contemporanee fu uno dei punti di scontro. Per ricostruire correttamente la vicenda bisogna distinguere il diritto a ricordare i combattenti dalla discussione sulle bandiere degli Stati attuali.
L’accordo del 28 luglio è il termine di confronto più concreto perché porta la firma di entrambe le organizzazioni. Non risolveva tutte le divergenze su Gaza o sul Governo israeliano, ma fissava impegni misurabili: riconoscimento storico, sicurezza della partecipazione e confronto diretto. La nuova richiesta di Fadlun segnala che, dal punto di vista della Comunità romana, quegli impegni non hanno ricostruito la fiducia.
ANPI nazionale, comitati provinciali e singoli iscritti non sono un soggetto monolitico. Le contestazioni di Fadlun investono l’associazione nel suo complesso, ma non provano che ogni sezione o aderente abbia sostenuto comportamenti ostili. Una risposta seria dovrà chiarire quali decisioni furono assunte dai dirigenti, quali dagli organizzatori locali e quali da gruppi esterni.
Il resoconto delle tensioni di Milano presenta versioni contrapposte. La Brigata Ebraica e rappresentanti della comunità parlarono di espulsione dal corteo; l’ANPI sostenne che non fossero stati rispettati accordi sulle bandiere e contestò l’attribuzione delle proteste all’associazione. Le immagini e le cronache confermano lo stallo e l’uscita scortata, ma non risolvono da sole ogni responsabilità organizzativa.
La commemorazione del 16 ottobre appartiene prima di tutto ai deportati, ai sopravvissuti e alle loro famiglie. La libertà di critica resta intatta, ma non conferisce automaticamente a ogni organizzazione il diritto di essere accolta in una cerimonia promossa da una comunità che dichiara di sentirsi ferita. Allo stesso tempo, una richiesta di assenza così grave merita una replica documentata prima di trarre conclusioni definitive.
Il punto di Willyebbasta
Il comunicato di luglio prometteva riconoscimento, sicurezza e dialogo; meno di tre mesi dopo la Comunità ebraica di Roma chiede all’ANPI di restare a casa nel giorno più doloroso della propria memoria. Chiamarlo semplice incidente diplomatico sarebbe comodo: è il fallimento verificabile di una ricucitura annunciata e non resa credibile.
La distinzione formulata da Pagliarulo il 25 aprile — bandiera ucraina ammessa, bandiera israeliana no — ha trasformato una celebrazione della Liberazione in un esame politico selettivo sui simboli contemporanei. Si può contestare duramente il Governo israeliano senza rendere sospetta la presenza ebraica o chiedere alla Brigata che contribuì alla sconfitta del nazifascismo di espungere ciò che altri considerano identitario.
Il punto non è imporre ogni bandiera in ogni corteo. Gli organizzatori possono fissare regole uguali e comprensibili. Il problema nasce quando una causa del presente ottiene palco, parole e legittimità mentre un’altra identità viene trattata come corpo estraneo: quella asimmetria produce esclusione anche se viene rivestita di linguaggio antifascista.
L’ANPI ha messo per iscritto a luglio il riconoscimento della Brigata Ebraica e il diritto degli ebrei a partecipare in sicurezza. Ora non basta richiamare quel testo come prova di buona volontà. Deve spiegare quali misure concrete abbia preso, quali responsabilità riconosca sulle tensioni di Milano e perché la Comunità romana ritenga ancora incompatibile la sua presenza con il raccoglimento del 16 ottobre.
Anche Fadlun compie una scelta severa. Chiedere a un’associazione partigiana di non partecipare a una memoria del rastrellamento può irrigidire lo scontro e non sostituisce il confronto sui fatti. Ma chi riceve una richiesta tanto netta dovrebbe evitare vittimismo e formule rituali: la priorità è non trasformare il dolore delle famiglie in un’arena per rivendicare una patente morale.
L’antifascismo che tollera l’umiliazione della memoria ebraica perde la propria misura storica. Allo stesso modo, la memoria ebraica non può essere usata per sottrarre le scelte di un governo contemporaneo alla critica. Tenere insieme queste due verità non è moderatismo: è la prova minima di coerenza che il 25 aprile e il 16 ottobre esigono.
La risposta utile dell’ANPI sarebbe breve nei toni e precisa nei contenuti: condanna senza ambiguità delle contestazioni antisemite, riconoscimento della Brigata Ebraica, chiarimento sugli accordi relativi alle bandiere e disponibilità a rispettare la decisione degli organizzatori. Se invece arriverà soltanto una nuova lezione su chi possiede l’antifascismo, la frattura diventerà ancora più profonda.
Cosa resta da chiarire
Restano da conoscere la risposta ufficiale dell’ANPI nazionale e del comitato romano, l’eventuale decisione dell’associazione di partecipare o fare un passo indietro, il programma definitivo della commemorazione del 16 ottobre e le indicazioni degli organizzatori sugli accessi. Vanno chiariti gli accordi effettivamente intercorsi prima del corteo milanese del 25 aprile, chi decise le regole sulle bandiere, quali gruppi parteciparono alle contestazioni e quali iniziative concrete siano seguite al comunicato ANPI–UCEI del 28 luglio. Andrà inoltre verificato se UCEI condivide formalmente la richiesta formulata dalla Comunità romana e se le parti riapriranno il confronto dopo la cerimonia. Fino a una replica, attribuire all’ANPI intenzioni diverse da quelle espresse nei suoi atti ufficiali sarebbe una deduzione.
Ultimo aggiornamento: 15 ottobre 2026 alle ore 06:03.

