I fatti riportati
Reggio Children aveva programmato per l’11-16 ottobre 2026 una visita di studio sul Reggio Emilia Approach con educatori di scuole ebraiche degli Stati Uniti e di Israele. L’8 ottobre il Comune di Reggio Emilia ha comunicato che il gruppo statunitense aveva scelto di rinviare, mentre venticinque insegnanti ed educatori provenienti da Israele avevano confermato la presenza dal 12 al 16 ottobre. Questo articolo viene pubblicato il 12 ottobre alle 00:09, dopo l’aggiornamento politico diffuso da ANSA alle 20:38 dell’11 ottobre, e separa quindi il programma originario, il rinvio annunciato l’8 e le reazioni dell’11.
Alla base del confronto c’è la Carta «Per una educazione democratica e partecipata», pubblicata da Reggio Children insieme all’Istituzione Scuole e Nidi d’infanzia e alla Fondazione Reggio Children. Il testo è rivolto, nelle parole dell’ente, a tutti i partner, gruppi di studio, scuole e persone del network. Chiede di difendere i diritti umani, contrastare le discriminazioni anche religiose e geografiche, ripudiare la guerra, condannare ogni genocidio e la militarizzazione delle scuole e prendere le distanze dalle violazioni dei diritti dei bambini e degli esseri umani in ogni territorio occupato.
Per questa visita non ci si è fermati alla Carta generale. Il comunicato del sindaco Marco Massari dell’8 ottobre riconosce che, per la situazione a Gaza e in Cisgiordania, agli educatori è stato proposto anche un «ulteriore impegno» sui diritti dei bambini nei territori occupati. La presidente di Reggio Children, Maddalena Tedeschi, ha spiegato durante la Consulta del 6 ottobre che al gruppo era stata chiesta una presa di distanza personale ed esplicita dalla violenza e dalla guerra; ANSA riporta inoltre la sua formulazione sulla presa di distanza dalle politiche del governo Netanyahu.
Jewish Insider, in un articolo firmato da Haley Cohen l’8 ottobre, afferma di aver visionato una schermata della dichiarazione aggiuntiva. Il testo riportato chiedeva in prima persona di dissociarsi dall’occupazione di Gaza e dalle violazioni dei diritti nei territori occupati e altrove. La testata attribuisce al Paradigm Project la decisione di non effettuare il viaggio nelle condizioni create dalla polemica, perché una formazione professionale richiederebbe un ambiente calmo e aperto. Paradigm ha però dichiarato di voler proseguire il dialogo e ridisegnare in futuro l’esperienza.
Le fonti non coincidono sul numero complessivo. ANSA parla di 71 insegnanti statunitensi che hanno rinviato e di 25 israeliani che hanno confermato; Jewish Insider descrive il piano iniziale come una delegazione di circa cento educatori fra Stati Uniti e Israele; alcuni titoli italiani hanno sintetizzato la vicenda come la rinuncia di cento docenti. I documenti ufficiali del Comune e di Reggio Children confermano i venticinque partecipanti da Israele ma non pubblicano il numero del gruppo americano. Per questo l’articolo non presenta cento rinunce come un dato certo.
Il 6 ottobre circa un centinaio di attivisti ha manifestato davanti al Centro Internazionale Loris Malaguzzi contro la visita, mentre all’interno si riuniva una Consulta con genitori, insegnanti e rappresentanti dei Consigli infanzia. Fra le contestazioni riportate dalle testate locali c’erano presunti rapporti di alcune scuole con le forze armate israeliane. Non sono stati pubblicati un elenco verificato delle strutture coinvolte, criteri uniformi per valutare tali rapporti o prove che attribuiscano ai singoli educatori decisioni del governo o dell’esercito israeliano.
L’11 ottobre Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, ha accusato Reggio Emilia di discriminazione e ha evocato metodi e clima del Terzo Reich, chiedendo le dimissioni del sindaco e della Giunta. Matteo Salvini ha parlato di «caccia all’ebreo»; il ministro Tommaso Foti ha accusato il Pd di essere ostaggio di frange radicali; Galeazzo Bignami ha chiesto chiarimenti. Sono giudizi politici e accuse pubbliche, non l’esito di un accertamento giudiziario o amministrativo.
Massari ha respinto le accuse di antisemitismo, sostenendo che la Carta chiede principi universali e non pretende da nessuno di rispondere in quanto ebreo o israeliano. Ha annunciato che accoglierà personalmente la delegazione israeliana. Reggio Children sottolinea che il rinvio del gruppo statunitense non chiude il rapporto e ha annunciato per il 22 ottobre un incontro con un’organizzazione di famiglie israeliane e palestinesi. La visita dei venticinque israeliani è un fatto rilevante contro la tesi di un’esclusione indiscriminata; non risolve però la controversia sulla richiesta aggiuntiva rivolta a questa specifica delegazione.
Il Resto del Carlino e altre testate hanno pubblicato fotografie del corteo e del Centro legate allo specifico caso, ma le pagine consultate ne riservano la riproduzione e non espongono una licenza libera per questo sito. Il semplice credito non autorizza la copia. La copertina è quindi una ricostruzione IA dichiarata di una sala inventata e vuota; il collegamento alla documentazione fotografica reale resta separato.
Cosa serve sapere
Reggio Children è una società a controllo pubblico locale che promuove nel mondo il modello pedagogico nato a Reggio Emilia. Proprio la dimensione internazionale e il legame con il Comune rendono legittimo chiedere regole trasparenti, uguali e verificabili per l’accesso ai percorsi formativi. Un ente educativo può proporre una Carta di valori; quando aggiunge una dichiarazione calibrata su una sola crisi o su un solo gruppo deve spiegare con precisione criterio, obbligatorietà e applicazione comparabile.
La Carta generale contiene un principio che qui diventa decisivo: contrastare l’esclusione fondata su provenienza geografica e appartenenza religiosa. Se la richiesta aggiuntiva è stata rivolta ai partecipanti perché provenivano da scuole ebraiche o da Israele, si crea il rischio di trasferire sulle persone una responsabilità politica collettiva. Se invece derivava da rapporti istituzionali documentati con forze armate, l’ente deve pubblicare criteri e riscontri senza affidarsi a insinuazioni o controlli informali dei profili social.
Criticare le politiche del governo Netanyahu, la guerra a Gaza o le violazioni dei diritti non è di per sé antisemitismo. Allo stesso modo, essere ebreo, israeliano o lavorare in una scuola ebraica non equivale ad approvare ogni decisione dello Stato di Israele. La controversia nasce precisamente quando una posizione politica viene pretesa come condizione personale da individui identificati anche per religione o nazionalità.
Il fatto che venticinque educatori israeliani abbiano confermato la visita impedisce di raccontare una porta chiusa a tutti gli israeliani. Ma il rinvio del gruppo americano resta un esito concreto: una collaborazione educativa programmata non si è svolta come previsto. Le due realtà devono essere tenute insieme, perché scegliere soltanto la prima cancella il problema e scegliere soltanto la seconda trasforma una vicenda controversa in un bando totale che non c’è stato.
Le espressioni «Terzo Reich», «leggi razziali» e «caccia all’ebreo» richiamano persecuzioni storiche e responsabilità incomparabilmente più gravi di quelle finora documentate. Possono segnalare un allarme autentico, ma non sostituiscono la prova del criterio applicato. Dall’altra parte, limitarsi a dichiarare valori antifascisti non chiarisce chi abbia redatto la richiesta aggiuntiva, se fosse obbligatoria e perché sia stata sottoposta a quel gruppo.
Il punto di Willyebbasta
Una Carta comune contro guerra, discriminazione e militarizzazione delle scuole è una scelta difendibile. Il problema comincia quando all’universalismo proclamato si aggiunge un esame politico su misura: l’educatore deve rispondere del proprio lavoro e delle proprie condotte, non superare una prova di dissociazione dal governo associato alla sua identità o al Paese da cui arriva.
Chiedere a un gruppo di scuole ebraiche una presa di distanza esplicita da Netanyahu, mentre non è pubblicato un identico protocollo per ogni delegazione collegata a Stati coinvolti in guerre o repressioni, appare un doppio standard. La tutela dei bambini non diventa più credibile trasformandola in una formula da sottoscrivere; diventa credibile quando i criteri sono preventivi, generali e applicati senza selezionare il bersaglio dopo una protesta politica.
Il Comune non può cavarsela ricordando soltanto che venticinque israeliani arriveranno. È un dato importante e va riconosciuto, ma non risponde alla domanda centrale: perché al gruppo americano è stato chiesto qualcosa in più della Carta e con quale conseguenza in caso di rifiuto? Pubblicare il testo integrale, la sequenza delle comunicazioni e la regola adottata sarebbe più utile di cento dichiarazioni sulla tradizione inclusiva della città.
Anche chi denuncia l’accaduto dovrebbe evitare analogie storiche sproporzionate. Parlare già di Terzo Reich o leggi razziali alza il volume ma riduce lo spazio per accertare fatti, responsabilità e rimedi. La critica più forte non ha bisogno di quelle scorciatoie: basta mostrare l’incoerenza fra una pedagogia che valorizza differenze e un accesso percepito come subordinato a una professione di fede politica.
La soluzione non è cancellare la critica a Israele né immunizzare qualsiasi istituzione ebraica dal confronto. È separare persone, governi e organizzazioni; contestare rapporti concreti con prove; offrire sicurezza alle delegazioni; applicare la stessa Carta a tutti; discutere senza trasformare la provenienza in un sospetto. Se Reggio Children vuole restare un riferimento internazionale, deve dimostrare questa coerenza nei documenti e nelle procedure, non soltanto nelle intenzioni dichiarate.
Cosa resta da chiarire
Restano da pubblicare il testo integrale e datato della richiesta aggiuntiva, il soggetto che l’ha redatta e inviata, i destinatari effettivi, l’eventuale obbligo di firma e le conseguenze previste in caso di rifiuto. Va chiarito il numero del gruppo statunitense, perché le fonti oscillano fra 71 partecipanti e circa cento educatori complessivi, e se «rinvio» o «annullamento» descriva meglio la decisione del Paradigm Project. Mancano inoltre criteri e prove sugli asseriti rapporti fra singole scuole e forze armate israeliane, la posizione completa di Paradigm pubblicata direttamente dall’organizzazione, eventuali protocolli equivalenti applicati ad altre delegazioni e un resoconto verificabile della visita dei venticinque israeliani dal 12 al 16 ottobre. Le accuse di antisemitismo, discriminazione razziale o responsabilità politica del Comune restano valutazioni contestate finché fatti e documenti non saranno esaminati in una sede competente.
Ultimo aggiornamento: 12 ottobre 2026 alle ore 00:09.

