I fatti riportati
La decisione e questo articolo hanno date e orari distinti. L’udienza d’appello sulla questione preliminare si è svolta lunedì 12 ottobre 2026; il dispositivo è stato trasmesso alle parti nella mattinata di martedì 13. Adnkronos ha pubblicato l’esito alle 10:58 e ANSA alle 11:04. Questo pezzo viene pubblicato alle 15:06 del 13 ottobre, ora di Roma.
La sezione Lavoro della Corte d’Appello di Milano ha dichiarato nulla la sentenza civile di primo grado che aveva imposto a Ilaria Salis, eurodeputata eletta con Alleanza Verdi e Sinistra, di versare complessivamente oltre 300mila euro a Valentina Dadda e François Gelmetti. I due avevano collaborato con lei e sostengono di essere stati allontanati senza una giusta causa.
La Corte ha accolto la questione sollevata dagli avvocati Federico Manfredi e Chiara Romeo: il contraddittorio di primo grado non era stato instaurato correttamente perché Salis non aveva ricevuto la notifica del ricorso. ANSA riferisce che il procedimento torna davanti al Tribunale; il Corriere della Sera aggiunge che gli ex collaboratori hanno sei mesi per scegliere se riassumere il giudizio.
Il resoconto firmato da Luigi Ferrarella sul Corriere descrive un solo tentativo dell’ufficiale giudiziario all’indirizzo noto della parlamentare e l’assenza di successive ricerche per raggiungerla. Adnkronos riferisce la tesi della difesa secondo cui erano conosciuti sia la residenza sia un indirizzo Pec. Il dispositivo conferma la nullità; senza il testo integrale della decisione non vanno aggiunti motivi ulteriori a quelli riportati dalle fonti.
La precedente sentenza del Tribunale del Lavoro era stata depositata il 10 marzo 2026 ed era diventata di dominio pubblico a luglio. Secondo RaiNews, riguardava la cessazione anticipata nel 2025 di due collaborazioni che avrebbero avuto scadenza nel 2029 e aveva riconosciuto più di 300mila euro, oltre alle spese legali. Salis non si era costituita in quel giudizio perché, sostiene, non ne era stata informata.
Il Corriere riferisce che, in primo grado, i ricorrenti avevano rinunciato alle domande principali sulla riqualificazione dei rapporti come lavoro subordinato e sulla natura discriminatoria del recesso, mantenendo la richiesta di danni per l’interruzione anticipata di contratti autonomi. L’onere di provare le ragioni del recesso sarebbe ricaduto sulla committente, che però era rimasta assente dal processo.
Salis ha accolto la decisione con soddisfazione e ha scritto sui social «riconosciute le mie ragioni». Nella dichiarazione più completa, riportata dal Giorno, ha precisato che le ragioni riconosciute riguardano l’impossibilità di conoscere il procedimento e di esercitare il diritto di difesa. Non ha quindi attribuito alla Corte, nel testo esteso, un giudizio favorevole sulla legittimità dei licenziamenti.
Nella propria difesa Salis aveva già contestato integralmente la decisione e sostenuto che la cessazione dei rapporti fosse necessaria per tutelare il mandato parlamentare, le risorse pubbliche e le persone rappresentate. I suoi legali hanno inoltre parlato di deterioramento del rapporto fiduciario. Sono argomenti di parte che dovranno essere provati nel giudizio di merito.
Alle 15:06 del 13 ottobre non risulta pubblicata una replica successiva al dispositivo da parte di Dadda, Gelmetti o dei loro avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto. Le loro accuse non sono oggi accertate da una sentenza valida, ma non sono state neppure respinte nel merito.
ANSA e RaiNews mostrano fotografie reali di Salis in Tribunale a Milano, ma le indicano a riproduzione riservata; Il Giorno pubblica immagini di Salis con il proprio avvocato senza una licenza di riuso verificabile. Nessuna è stata copiata. La copertina è una ricostruzione IA dichiarata di un’aula inventata e vuota, priva di persone, insegne, simboli o documenti leggibili.
Cosa serve sapere
Questa è una controversia civile di lavoro, non un processo penale. La parola «condanna» indica qui l’ordine economico contenuto nella sentenza di primo grado; non ci sono reati contestati, imputazioni penali o questioni di presunzione d’innocenza da confondere con il contenzioso sui contratti.
La nullità per mancata notifica tutela un principio essenziale: nessuno può subire una decisione senza essere stato messo nelle condizioni di conoscere la causa e difendersi. Cancellare una sentenza nata senza contraddittorio non premia un’appartenenza politica e non attenua i diritti dei lavoratori; ripristina le condizioni minime perché entrambi possano essere giudicati.
L’effetto processuale è netto ma circoscritto. La prima sentenza non può essere usata come accertamento definitivo contro Salis; allo stesso tempo la Corte d’Appello non ha stabilito che i recessi fossero giustificati, che il rapporto fiduciario fosse davvero compromesso o che le richieste economiche fossero infondate.
La contumacia civile non equivale a un’ammissione. In questo caso ha però inciso concretamente perché Salis, assente dal processo, non ha potuto produrre prove sulle ragioni della cessazione dei rapporti. È proprio quel passaggio che dovrà essere rifatto se gli ex collaboratori riassumeranno la causa.
Il profilo politico nasce dal ruolo pubblico della parlamentare e dal fatto che le collaborazioni riguardavano l’attività istituzionale, finanziata secondo le regole europee. Non autorizza una sentenza mediatica, ma rende legittime domande su selezione, durata, mansioni, uso delle risorse e motivazioni del recesso, nel rispetto della riservatezza delle parti.
Le fonti immediate convergono sul dispositivo ma non sono tutte indipendenti: Sky e altre testate riprendono il lancio ANSA. Per la verifica sono stati usati il lancio dell’agenzia, il resoconto giudiziario firmato del Corriere e quello di Adnkronos dall’udienza; Il Giorno documenta separatamente la risposta pubblica di Salis.
Il punto di Willyebbasta
Se la notifica non è mai arrivata, annullare la sentenza è la sola risposta compatibile con uno Stato di diritto. Le garanzie processuali valgono anche per la figura politica più divisiva e non diventano un cavillo soltanto perché il destinatario non piace.
Detto questo, la formula social «riconosciute le mie ragioni» è troppo larga se viene letta come una vittoria sui licenziamenti. La Corte ha riconosciuto una ragione procedurale decisiva; sul merito non ha dato ragione né a Salis né ai due ex collaboratori. Il testo più esteso dell’eurodeputata è più preciso del cartello celebrativo.
Anche chi ha usato la sentenza di marzo come prova definitiva di ipocrisia deve correggersi: quel provvedimento è nullo e non può essere agitato come verdetto ancora valido. La critica seria non ha bisogno di fingere una condanna sopravvissuta all’appello; può chiedere che il nodo vero venga finalmente deciso con entrambe le parti presenti.
Il nodo politico, infatti, resta. Chi fa dei diritti sociali e della tutela dei lavoratori una bandiera pubblica deve spiegare con particolare chiarezza perché ha interrotto due rapporti prima della scadenza e quali elementi concreti avrebbero rotto la fiducia. Ma la coerenza si misura sui fatti provati, non sul sospetto e neppure sull’appartenenza alla sinistra.
AVS e i sostenitori di Salis farebbero un errore speculare se trasformassero la nullità in un’assoluzione morale. Il diritto di difesa è stato ristabilito; i diritti rivendicati dagli ex collaboratori attendono ancora una risposta. Festeggiare il primo cancellando i secondi sarebbe proprio quella selezione delle garanzie che la politica denuncia quando riguarda gli avversari.
La scelta utile ora è riassumere rapidamente la causa, depositare contratti, comunicazioni e motivazioni e arrivare a una decisione sul merito. Una vicenda che coinvolge lavoro parlamentare e risorse pubbliche non dovrebbe restare sospesa fra slogan opposti per un altro anno.
Cosa resta da chiarire
Restano da leggere il dispositivo completo e le successive motivazioni, chiarire il termine esatto e le modalità della riassunzione davanti al Tribunale e sapere se Dadda e Gelmetti procederanno entro i sei mesi indicati dal Corriere. Mancano una loro replica dopo l’annullamento, la documentazione integrale sui due rapporti, le clausole di durata e recesso, le comunicazioni del 2025, le prove sul presunto deterioramento fiduciario, il calcolo dettagliato delle somme domandate e gli effetti della nullità su eventuali atti esecutivi già avviati. Finché il nuovo giudizio non esaminerà questi elementi, non è corretto definire i licenziamenti né certamente illegittimi né certamente giustificati.
Ultimo aggiornamento: 13 ottobre 2026 alle ore 15:06.

